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Borsa di Studio IULM 2017 – Camilla Balbi

Aggiornamento: 6 giorni fa

Continua la partnership con l’Università IULM di Milano, per mezzo della quale AIMIG seleziona studenti per uno stage estivo all’Israel Museum. Quest’anno la vincitrice del bando è stata Camilla Balbi, studentessa che ha dimostrato grande talento e passione.

Camilla Balbi Israel Museum, Jerusalem 2 Luglio – 31 Luglio 2017

Ho lasciato passare molto tempo, probabilmente troppo, prima di sedermi con calma al computer per scrivere queste poche parole, drammaticamente insufficienti per descrivere quello che ho dentro, quello che Israele mi ha lasciato di sé, quello che Israele mi ha consentito di diventare. Ho aspettato perché le emozioni si raffreddassero, e potessi acquisire la distanza prospettica necessaria per mettere a fuoco il mio paesaggio interiore, e trasformare quell’enorme groviglio di parole che abitavano la mia mente a settembre in un discorso di commozione e gratitudine per gli Amici dell’Israel Museum, che mi hanno consentito questa esperienza indimenticabile e così importante. Non era la prima volta che andavo in Israele, e mi stupisce ogni volta come possa io – nata e cresciuta in Italia – sentire tanto mio quel paesaggio così brullo e spoglio, così mistico, che è Gerusalemme. E’ però la prima volta che ci rimanevo per tanto tempo, scoprendo quanto la quotidianità mediorientale sia diversa da quella Milanese a cui sono (purtroppo) abituata; in un mese ho imparato invece a farmi guidare piano da ritmi lenti ed emozioni intense, da una routine calma e assolata, fatta di bellezza vivida e di storie indimenticabili. E soprattutto, l’Israel Museum è stata la prima esperienza lavorativa della mia vita, e non credo ci siano parole per raccontare cosa voglia dire per una studentessa di arte, che ha visto per anni molte delle opere esposte nel museo nei suoi libri di studio, trovarvicisi faccia a faccia, passeggiare tranquillamente nella penombra delle sale vuote – nel giorno di chiusura al pubblico – attraverso la storia dello spirito umano, che si offre in tutta la sua incredibile bellezza nel silenzio assoluto di quell’incantevole fiore nel deserto che è l’Israel Museum. Se forse queste passeggiate silenziose tra le opere sono il ricordo più profondo che mi resta del museo, e appartengono alla categoria di quelle cose che sai che non potrai mai dimenticare, dal punto di vista pragmatico il privilegio incredibile che ho avuto è stato vedere – dall’interno – come funziona un grande museo, uno dei più grandi del mondo. Un’enorme macchina sinergetica, composta da persone molto diverse tra loro, provenienti da ogni parte del mondo, accomunate da un fortissimo amore per la propria cultura, identità, e dedizione per un lavoro svolgono a livelli di eccellenza assoluta, pur mantenendo sempre un clima disteso e gioioso. Nonostante l’inevitabile spaesamento (ho continuato a perdermi per il museo per tutta la durata dello stage, tanto era grande) sono stata davvero felice di aver dato il mio contributo attivo, per quello che ho potuto, ad alcuni dei numerosissimi progetti che vengono portati avanti contemporaneamente dal museo. Infatti –cosa molto rara per uno stage – la mia presenza non è stata assolutamente sentita come un peso, ma al contrario mi è stato consentito di mettere le mie capacità al servizio di progetti che ho sentito e fatto immediatamente miei. Ad esempio, il fatto che conosca molto bene il latino, mi ha consentito di aiutare Ariel Tishby, il curatore del dipartimento di mappe e manoscritti, nella traduzione di una serie di carteggi umanistici in italiano antico e latino, mettendo effettivamente a frutto le mie competenze, ed inaugurando un rapporto che è proseguito anche dopo il mio ritorno in Italia, dove ho fotografato e spedito ad Ariel dei manoscritti presenti nella Biblioteca Palatina di Parma. Persino i lavori più “da ufficio”, che comunque sono di fondamentale importanza per il Museo, a cui ho preso parte, come lo schedare le donazioni, sono stati estremamente interessanti: ho imparato tantissimo su come il museo mantiene i rapporti con i suoi donatori, sull’organizzazione degli eventi di beneficenza, sul sistema del patronage americano, sul funzionamento dei software indispensabili per questo tipo di operazioni, su quanto siano importanti i rapporti sociali e quanto vadano curati con un’attenzione assolutamente professionale e senza lasciare nulla al caso. Insomma, persino un lavoro sulla carta “noioso” come la schedatura delle donazioni mi ha aperto una finestra su un aspetto dell’istituzione museale su cui in Italia siamo veramente indietro, e fornito conoscenze di cui farò sicuramente tesoro, che non si sa mai. Ma la cosa che è più incredibile è come, contro ogni aspettativa, in solo un mese, quella che è una delle istituzioni museali più importanti del mondo, è diventata uno dei luoghi che riesco a chiamare “casa”. Casa perché Allison, che si occupa della digitalizzazione del museo e dell’accoglienza degli intern, è stata più che un capo una mamma, un vero punto di riferimento: mi ha ospitato per una notte a casa sua e ci ha invitato a una cena di Shabbat con tutta la sua famiglia, facendomi sentire perfettamente a mio agio pur essendo in un contesto tanto diverso da quello a cui sono abituata e tanto lontano da casa. Casa perché qui ho trovato dei veri amici negli altri intern del Museo, creando legami fortissimi con ragazzi americani, canadesi, francesi, sudafricani. Anche da questo punto di vista, credo che un’esperienza di scambio culturale così intensa, come l’amicizia sincera nata con ragazzi che vivono tanto lontani da me, sia davvero più unica che rara. Sono andata a trovare l’intern francese che era in dipartimento con me, Simon, a Parigi qualche mese fa, e abbiamo passato una fredda sera invernale parigina ricordando il caldo profumato di Ben Yehuda, e lo scombinatissimo viaggio in pullman verso la Galilea fatto durante i giorni di pausa. Abbiamo salutato Julia, da Città del Capo, su Skype; subito dopo lo stage grazie agli amici sudafricani del museo Julia ha trovato lavoro nel Museo di Arte Contemporanea di Cape Town e ha promesso che ci verrà presto a trovare in Europa. “Oppure l’anno prossimo a Gerusalemme” le ho detto citando scherzosamente l’augurio degli ebrei della diaspora, ma non scherzavo completamente. Gerusalemme mi manca molto più di quanto non mi sarei mai aspettata, e l’ipotesi di chiedere la cittadinanza (ipotesi che non avevo mai troppo considerato, siccome pur avendo origini ebraiche sono completamente laica) dopo questo stage si sta facendo incredibilmente più realistica, per darvi un’idea di quanto profondamente abbia inciso questa esperienza nei miei orizzonti esistenziali. Ora che è passato quasi un anno da quando ho fatto domanda per lo stage, posso dire di essere stata davvero cambiata da quel mese passato nel più complicato, nel più bello, dei paesi mediorientali. Dal punto di vista esistenziale, mi sono riconciliata con parte delle mie radici e ho scoperto quanta lancinante bellezza ci possa essere in questo piccolo lembo di terra desertica, ho scoperto che sono in grado di vivere da sola anche molto lontano da casa – e che mi diverte – e di stringere legami fortissimi anche con persone che hanno storie e culture profondamente diverse dalla mia, ho scoperto che credo di non voler mai più smettere di girare per il mondo, imparare, guardare, ascoltare le storie che una terra ha da raccontare. Dal punto di vista professionale, sto scrivendo una tesi che mi è venuta in mente appunto durante una di quelle passeggiate tra le sale dell’Israel di cui vi parlavo, su due autori molto legati alla cultura ebraica: Panofsky e Moholy-Nagy, e sto continuando a collaborare con il Museo, dato che la curatrice del dipartimento di Modern Art, Adina Kamien-Kazhdan, mi ha dato tantissima fiducia chiedendomi di lavorare per lei come ricercatrice nell’archivio di un collezionista e donatore dell’Israel, e facendo così diventare il mio primo stage anche mio primo piccolo lavoro. Tutte queste cose, che per voi che mi leggete occuperanno probabilmente lo spazio di un pensiero fugace, sono i miei primi veri passi dal “mondo degli studi” al “mondo degli adulti”, e resteranno invece per sempre incisi come momenti fondamentali nella mia memoria, e nel mio cuore. Ed è per questo che non posso che ringraziare con tutto il cuore e tutte le parole che possiedo la mia università, lo IULM, e gli Amici dell’Israel Museum. Credo (spero) di aver reso chiaro quanto questa esperienza sia stata importante per me, come persona e come aspirante studiosa, e quanto vi sia davvero profondamente grata per avermi concesso, e per concedere a chi verrà dopo di me, questa opportunità straordinaria. Con tantissimo affetto, Camilla Balbi.

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